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La risposta dei Patriarchi #Pastore Giovanni Di Sano

La risposta dei Patriarchi #Pastore Giovanni Di Sano

AVVISI: 19 luglio: chiusura iscrizioni al Summer Camp (saldo entro il 7 agosto) – LUGLIO e AGOSTO: Grace Party il venerdì alle ore 20.00 – 23/24 luglio: Profeta Cathy Lechner – 6/7 settembre: Conferenza donne PDG Roma.

La mia adorazione è indirizzata al Padre. Non a soddisfare il mio, ma il Suo cuore. Se non sai “come” adorare, chiedi allo Spirito Santo di guidarti in un’adorazione nuova. In mezzo a noi, c’è chi ha “litigato” con Dio, ma a queste persone voglio ricordare che Dio non si “offende”, ma ci invita, piuttosto, a “contendere” con Lui, perché l’averLo conosciuto ha realmente cambiato la tua vita e se anche hai avuto un “litigio” con Lui, sappi che questo non può ostacolare la tua adorazione, che rimane gradita a Dio. Mentre noi Lo adoriamo, Lui regna su noi, perché come recita il salmista, la nostra vita, i nostri giorni sono nelle Sue mani (Salmo 31:15).

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In questo periodo, mi sto soffermando su alcune cose che troviamo nel Libro di Genesi, il primo libro della Bibbia, quello del “principio”. Se vogliamo comprendere quello che Gesù ha fatto nella nostra vita ci serve andare, tornare, alla Genesi, perché quello che Gesù ha fatto è stato riportarci all’inizio, al “bereshit”.

In Genesi si parla, essenzialmente, di otto personaggi. Il primo è Adamo, quello che “progettato per l’eternità”, sceglie la disubbidienza. Il secondo personaggio è Abele, quello che offre qualcosa che poteva essere considerato un sacrificio (qualcosa che non è superfluo). Un altro personaggio, che appare e scompare, è Enoc, di cui la Bibbia dice che “camminò con Dio” e che non gustò la morte. Il quarto personaggio è Noè, che ha ereditato il nuovo mondo. Il quinto personaggio viene chiamato il padre della fede, quello che per primo ha una fede che nessuno gli aveva trasmessa, Abramo. La vita di Abramo è molto articolata e mi sono soffermato a considerare che quando Dio si presenta a Mosè si presenta con uno dei Suoi nomi: Esodo 3:6 riporta queste parole: io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e di Giacobbe.

Gli altri due personaggi sono proprio Isacco e Giacobbe e mi ha incuriosito questo modo in cui Dio si presenta: perché Dio si presenta in questo modo? Avrebbe potuto presentarsi anche solo come il Dio di Abramo, ma fa riferimento a queste tre persone, a queste tre generazioni. Ci tiene a farsi conoscere così e questo perché una delle promesse che Dio ti fa è che la salvezza è per te, per i tuoi figli e per i figli dei tuoi figli. Dio non si ferma alla prima generazione e non dà per scontato che tutte le generazioni siano uguali l’una all’altra. Quello che Dio ha iniziato con Abramo, viene portato avanti con Isacco e poi con Giacobbe. Dio non si ferma neppure alla terza generazione, perché sappiamo che da essa scaturisce “Israele”, il popolo! Se ci sono figli che non stanno ancora credendo con te, dichiara che questa promessa ti appartiene e che il tuo Dio sarà il Dio dei tuoi figli e dei figli dei tuoi figli!

Questo modo in cui Dio si presenta è una cosa da prendere molto sul serio e questa mattina voglio vedere alcune cose che hanno caratterizzato la vita di questi tre patriarchi. In Genesi 17:5, vediamo che Abramo (padre eccelso) diventa Abraamo (padre di moltitudini). La vita di quest’uomo non è stata semplice. Sappiamo che dopo che, a settantacinque anni, fu chiamato, si spostò verso la terra promessa e a metà del viaggio risiedette (Genesi 11:31-32).

Anche se Abramo rimase in quella città per circa undici anni, Dio lo richiamò un’altra volta e questa volta non si ferma più a metà, ma si porta Lot.

Quando finalmente si separa anche da Lot, Dio gli parla nuovamente . Era Dio capace di parlare anche prima con Abramo? Certamente! Ma solo quando lui ubbidisce pienamente, Dio può parlare al suo cuore. Ci capita spesso di ubbidire a metà o parzialmente, ma questo ritarda l’adempimento del proponimento di Dio per la nostra vita. Non lo annulla, ma lo ritarda e quando tu rientri nel suo proponimento, Dio ti fa accelerare!

Un altro “ritardo” che arriva nella vita di Abramo è Ismaele…

Ogni volta che Abramo ha ricevuto un comando chiaro da Dio, ha risposto in un certo modo: lui costruisce un altare. La prima volta che troviamo questa parola nella Bibbia la troviamo con Noè. L’altare non è altro che qualcosa che ha un basamento necessario a fare un “sacrificio”. Chi costruiva un altare voleva fare un sacrificio per avere un incontro con il divino e ogni volta che Abramo incontrava Dio, nel suo cuore scaturiva il desiderio di offrire a Dio qualcosa. In Abele, questa attitudine si era già manifestata quando aveva deciso di offrire i primogeniti del suo allevamento.

Non una volta soltanto, ma Abramo costruiva un altare ogni volta che incontrava Dio e l’altare è una cosa fondamentale nella nostra vita perché l’altare o lo hai costruito o è distrutto.

In I Re 18:3 ci parla di una restaurazione di un altare demolito. Ci sono degli altari in disuso, demoliti e diroccati, ma Dio li vuole restaurare attraverso lo Spirito Santo. Elia sapeva che il fuoco sarebbe sceso sul sacrificio e sapeva che per il sacrificio era necessario un altare. Elia sapeva che se non avesse ricostruito l’altare, il fuoco non sarebbe sceso. Ecco: se non riprendiamo a sacrificare qualcosa nell’altare, il fuoco non potrà scendere.

Genesi 12:6-7 ci fa vedere che Abramo costruisce l’altare in mezzo alla terra abitata ancora dai suoi nemici. Alcune volte, pensiamo di dover costruire l’altare in un luogo pacifico, ma questo passo ci fa capire che in un luogo di difficoltà, la cosa importante è costruire l’altare.

Genesi 12:8 ci parla di un altro altare: quello che Abramo costruisce a Betel.

Genesi 13:3: Abramo si trova esattamente dove doveva arrivare, ma ecco che sopraggiunge una carestia. Le promesse che Dio gli aveva fatto, però, non erano affatto decadute e questo ci parla di quelle occasioni in cui, pur avendo ricevuto delle promesse specifiche, ci scoraggiamo a motivo delle difficoltà. Abramo, per paura, va in Egitto e da lì viene rimandato al punto di partenza: al quel luogo in cui era l’altare che aveva fatto inizialmente ed in quel luogo si accorge di poter riprendere il cammino con Dio. Dio, ancora una volta, gli parla, perché è fedele alla sua parola.

Genesi 13:17-18 ci parla dell’altare che Abramo costruisce a Ebron.

Genesi 22:2: l’altare del sacrificio più grande. Il sacrifico di Isacco viene chiesto da Dio in un luogo in cui nessuno lo avrebbe neppure visto. Anche ad Abramo viene chiesto di offrire il futuro che Dio stesso gli aveva dato. Abramo, con Isacco, vanno nel luogo che Dio gli aveva indicato (v. 9) e Isacco viene legato sull’altare. L’angelo ferma Abramo nel momento del sacrificio ed in quel momento Dio stesso provvede il sostituto di Isacco.

Abramo è dunque un uomo che costruisce altari: questa è la sua risposta a Dio.

Vediamo adesso come risponde Isacco: Genesi 26:22. Isacco fa esattamente la stessa cosa che aveva visto fare al padre. Al verso 25 lo vediamo costruire un altare ed invocare, come suo padre faceva, Dio. Isacco ci dà un modello per ogni credente: la prima cosa che Isacco fa è costruire il luogo dell’incontro con Dio, poi si occupa della famiglia e infine fa scavare il pozzo. Isacco e Rebecca generano due gemelli. Il primo era Esaù, ma dietro di lui – afferrandolo per il calcagno – viene Giacobbe (il soppiantatore, quello che viene dopo, ma cerca di venire prima). Dio parla a Rebecca dicendole che i due sarebbero divenute due nazioni, una delle quali sottomessa all’altra.

Arriviamo al punto in cui Giacobbe deve scappare da Esaù che voleva vendicarsi del fratello. Giacobbe viaggia e fa un incontro con Dio: il sogno della scala con gli angeli che salivano e scendevano dal Cielo. Da quel sogno, che contiene la grande promessa, Giacobbe si sveglia e la prima cosa che fa è erigere una stele. Dio si presenta a Giacobbe come il Dio di suo nonno e di suo padre. Dio diventa il tuo Dio nel momento in cui glielo dici tu. Lui è comunque il Dio di tutti, ma diventa il tuo Dio nel momento in cui esce dalla tua bocca “Signore, tu sei il mio Dio e la Tua volontà è superiore alla mia…”. Giacobbe aveva visto costruire altari, ma quello che fa è costruire una stele, un memoriale. La stele non è altro che un monumento che ricorda l’evento soprannaturale: una specie di grande WOW!

Dopo di questo, Giacobbe entra in una specie di contenzioso con Dio e al capitolo 28, dal verso 20, vediamo che pone delle condizioni affinché Dio potesse essere il suo Dio. In quel suo viaggiare, Giacobbe viene raggirato in vari modi ed in quel tempo convive con la paura di essere ucciso da suo fratello. Quando Giacobbe parla con Dio in quel modo è un uomo che si sente in pericolo e in Genesi 32 le sue parole sono quelle di un uomo che, pur ricordando le promesse, ha paura. Eppure sente che qualcosa di nuovo sta accadendo nella sua vita. Dopo questo momento, Giacobbe si trova a contendere con l’angelo e – libero dal suo passato – in Genesi 33:20, finalmente erige un altare e lo chiama “Dio è il Dio di Israele”. Giacobbe si identifica con il nuovo nome appena ricevuto e non erige più un monumento commemorativo, non innalza più una stele che ricorda un momento passato, ma un altare che è il luogo dell’incontro quotidiano con Dio!

Rivolgiamoci a Dio in questo modo: Dio, tu sei il mio Dio! Romani 12:1 ci riporta l’esortazione di Paolo a presentare i nostri corpi in sacrificio vivente. Abramo offrì suo figlio in sacrificio, ma non dimentichiamo che Isacco lo permise, fidandosi del padre. Paolo ci “esorta”, sapendo che mai Dio si rivolgerà a noi con un comando del tipo “servimi!”. Quella che Paolo ci rivolge è una esortazione a scegliere Dio come il proprio Dio.

Dio si presenta come Colui che può provvedere ogni cosa, ma si aspetta che siamo noi a riconoscerLo come il nostro Dio!

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