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Clark Kent o Superman? #Pastore Giovanni Di Sano

Clark Kent o Superman? #Pastore Giovanni Di Sano

AVVISI: SUMMER CAMP SOLD OUT: non è più possibile iscriversi perché tutti i posti sono esauriti (saldo entro il 7 agosto) – LUGLIO e AGOSTO: Grace Party il venerdì alle ore 20.00 – 23/24 luglio: Profeta Cathy Lechner Apertura ore 19.45 (start: ore 20.00). Per questa settimana le riunioni in casa e la preghiera del mercoledì sono sospese. 6/7 settembre: Conferenza donne PDG Roma.

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In queste settimane abbiamo imparato come nominare quello che vogliamo venga ad esistenza e lo abbiamo visto con Giacobbe, quando viene alla luce il secondo figlio avito da Rachele (Ben Oni, cui Giacobbe cambia il nome in Beniamino). Giacobbe avrebbe potuto guardare a quella situazione così come essa appariva, qualcosa che portava disperazione, eppure sceglie di cambiare il nome a quella situazione.

Abbiamo visto come i patriarchi rispondevano alla voce di Dio: con la fede priva di modelli di quello che conosciamo come il padre della fede, Abrahamo; con la fede modellata su quella del padre del figlio, Isacco. Entrambi costruiscono altari. Abbiamo poi visto che Giacobbe diventa da edificatore di steli (monumenti commemorativi di ciò che Dio ha già fatto in passato) un costruttore di altari e abbiamo visto come Dio riporta Giacobbe nel luogo della stele affinché vi costruisse un altare, luogo della quotidiana comunione col Padre.

In Esodo 3:16, vediamo che Dio è Dio di chi risponde con la fede di Abrahamo, lo è di chi imita la fede dei padri ed è il Dio di colui che alla fede giunge attraverso vicissitudini, attraverso un processo: come quello che ha trasformato Giacobbe in Israele. Tutti attraversiamo questo percorso, non dobbiamo vergognarcene.

Una cosa che non consideriamo è che spesso Dio ci ha già cambiato il nome, ma siamo forse fermi nel percorso per arrivare verso il nuovo nome che ci ha già dato. Quando Dio chiama Abramo, sappiamo che lui aveva fatto alcuni errori rispetto al percorso che era stato stabilito per lui. Fino ad 86 anni, egli era chiamato con un nome che significava “padre eccelso”, ma non aveva ancora avuto alcuno dei figli di cui avrebbe dovuto essere “padre”. Il Signore gli parla di un patto fatto con lui e con la sua discendenza (che ancora non c’era) e Abramo in qualche modo si fa una propria idea di come avrebbe dovuto o potuto collaborare con quella promessa. Avendone parlato con la moglie, sappiamo che ne scaturisce Ismaele, il figlio avuto con la serva. Figlio suo, ma non figlio della promessa che Dio gli aveva fatto.

Dio aveva già stabilito in Abramo quello di cui gli aveva parlato: quello che aveva chiamato ad esistenza con il nuovo nome era già dentro di lui, come la S di Superman è sotto la camicia di Clark Kent! Dio cambia il nome ad Abramo per cambiare il modo di vedere perché mettesse a fuoco il destino che aveva già preparato per lui! Dio ti vuole riportare a mettere a fuoco quelli che ha già messo dentro di te! Io non so se abbiamo già ricevuto quel nuovo nome che non è un nome, ma un proposito di Dio per te! Dio vuole che tu apra la camicia e faccia venir fuori il Superman che ha voluto che tu fossi.

Quando Dio riporta Abrahamo nel suo destino, gli dà un figlio, Isacco, che è “tipo di Gesù”: figura profetica di quello che Gesù avrebbe fatto sulla croce. Il destino che Dio aveva già preparato per Abrahamo si adempie quando Isacco (figura di Gesù) entra nella sua vita e questo vale anche per noi: quando Gesù entra nella nostra vita, entra nel nostro cuore, il destino che Dio ha preparato per noi si adempie. C’è però un tempo di transizione che spesso non comprendiamo a pieno.

Torniamo ai due figli: Ismaele viene concepito con cose naturali, mentre Isacco viene concepito nello spirito. Il Suo arrivo cambia il nome sia ad Abramo che a Sarai.

Ismaele è figura di Adamo, mentre Isacco è figura di Cristo.

I Corinzi 15:45-49 ci fa vedere la differenza tra il primo uomo “terrestre” (quello che si identifica con Adamo) e il secondo Adamo (Gesù) che si identifica con questi e porta l’immagine del Cielo.

Isacco ha un solo nome: Dio non gli cambia il nome, proprio perché glielo aveva dato Lui (Genesi 17:19) e la Scrittura ci parla dei suoi due figli gemelli (Genesi 25:25): Esaù (rosso e peloso) e Giacobbe. Il nome di Esaù, che nasce per primo, ha nella radice due parole, la prima delle quali ci riporta al nome di Adamo e l’altra alla “terra” e questo ci fa comprendere che ciò che nasce prima è “legato” alla terra. Quanto a Giacobbe, sappiamo che per lungo tempo era stato “condizionato” dal modo in cui la madre aveva pensato di giungere alla promessa che pure aveva ricevuto. Giacobbe vive diverse vicissitudini, alcune le gestisce e sappiamo che per ottenere in sposa Rebecca lavora quattordici anni a servizio del suocero. Giacobbe, ad un certo punto, però esaurisce le forze naturali per affrontare una certa situazione: Genesi 32:28.

Dio chiama Giacobbe a vivere con il vestito nuovo che già aveva messo in lui! L’angelo gli dice che il suo nome non sarebbe più stato Giacobbe, ma Israele. Eppure, egli mantiene ancora alcune cose nella propria vita: in Genesi 35:1-3 leggiamo che c’era nella sua famiglia idolatria. Nello stesso capitolo 35, dal verso 9, è Dio che chiama Giacobbe con il nuovo nome: Dio lo chiamò ISRAELE. Non l’aveva già fatto? Si, ma c’erano ancora cosa da togliere… Questo ci parla delle cose che ancora ci sono nella nostra vita da cambiare: oggetti ed idoli che sono ancora nel nostro cuore. Dio gli ha dovuto dire “sbottonati la camicia e lascia vedere il Superman che c’è in te!”.

Da quel momento, ogni volta che si allinea alla volontà di Dio, la Bibbia lo chiama Israele, come quando, dopo aver cambiato il nome al secondo figlio di Rebecca (Beniamino), non più Giacobbe, ma Israele “si incammina…”. Dobbiamo fare, come ci esorta Romani 12, dal verso 2: dobbiamo essere trasformati mediante il rinnovamento della mente. In questo versetto, Paolo ci esorta ad essere trasformati, ma quello di cui Paolo parla è un processo che non si può arrestare. Efesini 4:22-24 ci parla di un vestito che sta sotto i nostri vestiti: il vestito dell’uomo nuovo!

Anche Simone è diventato Pietro, così come Matteo e Saulo. Ma ecco, Galti 2:20 ci ricorda che questa trasformazione riguarda ciascuno di noi: non sono più io (metti pure il tuo nome!) che vivo, ma è Cristo che vive in me! Io e te abbiamo già un nome nuovo, non hai bisogno di cercarlo altrove, perché il nome nuovo che hai è quello di Cristo e quando Dio guarda te, non vede più te, ma Gesù che vive in te!

Isacco ha avuto due figli, ma potremmo dire tre: Esaù, l’uomo naturale che, come dice I Corinzi 2:14, non comprende il valore delle cose spirituali. L’uomo naturale non comprende il valore delle cose spirituali ed infatti, non comprendendo il valore della primogenitura, la vende per un piatto di lenticchie e molti non comprendono cosa significhi essere figli di Dio in Cristo Gesù! Non stiamo parlando di persone nate di nuovo, ma di persone che – vivendo l’uomo naturale – non possono comprenderne il significato ed è nostra responsabilità fare in modo che, attraverso l’opera dello Spirito Santo, possano comprendere il valore delle cose spirituali.

I Corinzi 3:1 ci riporta le parole di Paolo che parla di “bambini in Cristo”: chi agisce nella carne è un bambino in Cristo. Giacobbe, mentre si comportava in maniera carnale era così, come un bambino. Spesso cerchiamo di far fare o di spiegare ai bambini cose che non possono capire e desideriamo che chi è un bambino in Cristo possa comprendere quello che abbiamo già compreso, pretendiamo da chi è più piccolo nella fede che si comporti da adulto, ma la verità è che il bambino ha bisogno di modelli per crescere e di attraversare un processo. Paolo lo sa e dice : devo parlarvi come bambini in Cristo.

Quando invece cresciamo nelle vie di Dio, possiamo essere Israele: persone che camminano secondo il consiglio di Dio (Romani 7:22, II Corinzi 4:16; Efesini 3:16 ci parlano dell’uomo interiore).

Io e te abbiamo la possibilità di agire seguendo il modello che Cristo ci ha portato: modello di relazione corretta e genuina col Padre. Quando non spendiamo tempo nella relazione con il Padre, stiamo agendo come bambini spirituali in Cristo! Noi abbiamo bisogno di questo!

Romani 8:5-8, ci porta ancora un esempio di come Paolo parlava alle chiese a proposito di questi argomenti. Per vivere da persone spirituali non serve che tutto attorno a noi ci parli di cose spirituali, serve rivolgere la nostra mente alle cose dello spirito!

Un altro esempio: I Corinzi 2:10-16. Questo passo si chiude con una certezza: è a nostra disposizione (lo dobbiamo solo afferrare) la mente di Cristo!

I Corinzi 3:1-4 ci mostra come sia una nostra responsabilità quella di togliere il carnale dal nostro mezzo togliendo dispute, invidie e divisioni. Alcune volte, ci comportiamo come bambini in Cristo proprio per questo!

Come fare?

  1. Avere la mente di Cristo.
  2. Avere la fede di Dio (Marco 9:23 ci ricorda che tutto è possibile a chi crede). Anche il rancore può essere, nel nostro cuore, una montagna. Spesso applichiamo questo verso a cose impossibili, magari abbiamo fede per vedere un paralitico che si rialza, ma non abbastanza per vedere due persone che si riappacificano. Ma Dio dice “se tu puoi crederlo, ogni cosa è possibile”. Comincia a chiamare in un altro modo quello che per te è una montagna!
  3. Tenere gli occhi su Gesù. Alcune settimane fa, abbiamo parlato della tempesta e abbiamo detto che i discepoli furono costretti da Gesù a salire sulla barca che sarebbe stata, di lì a poco, sballottata dalle onde. Ad un certo punto, nella notte, vedono Gesù che, camminando sulle acque, andava verso di loro. Sappiamo come prosegue la vicenda: Pietro, ricevuta una parola da Gesù, tiene gli occhi su Gesù e cammina sulle acque pure lui, ma quando comincia a considerare quello che le leggi naturali lo inducevano a considerare comincia ad affondare. Quando i tuoi occhi non guardano Gesù, guardano qualcos’altro. Quando non sono su Gesù, i tuoi occhi stanno guardando un’altra cosa, che non è Gesù. Pietro, in quel momento, chiede di essere salvato e Gesù lo salva, lo riporta nella barca, ma quando Gesù lo salva Pietro comprende che la cosa importante era tenere gli occhi su Gesù, camminare sulla parola che aveva ricevuto. Vale anche per noi.

In Ebrei 12:2 troviamo questa esortazione: tenere gli occhi su Colui che è autore e compitore della nostra fede. Perché autore e compitore? Perché è quello che ha iniziato un’opera e la porterà a compimento!

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