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Restaurati da dentro a fuori II#Pastore Giovanni Di Sano

Restaurati da dentro a fuori II#Pastore Giovanni Di Sano

Siamo entrati nella migliore stagione della nostra vita e proprio per questo, ci sono dei cambiamenti che dobbiamo fare per prendere al meglio di questo tempo. Essendo entrato nella migliore stagione della tua vita, devi entrarci in un altro modo, con nuove aspettative e nuovi obiettivi. Obiettivi di crescita personale della tua vita di preghiera, di pratica dei frutti dello spirito e molto altro.

Domenica scorsa, abbiamo parlato di Bartimeo, un cieco che è stato restaurato nella sua vista: un restauro che viene dalla potenza e dall’incontro che ha avuto con Gesù. Era un mendicante, ma non ha permesso a questa condizione di incidere sulla sua capacità di ricevere. Ciascuno di noi può trovarsi in una condizione non ideale e potremmo permettere allo scoraggiamento di entrare nella mia vita, ma questo potrebbe non farci accorgere di Gesù che passa accanto a noi.

Già mentre predicavo domenica scorsa, Dio mi ha invitato a parlare di un muto e la prima cosa che desidero introdurvi sono i versetti che mi hanno spinto a parlare di questo. Il primo versetto è Proverbi 20:12 che ci ricorda che possiamo essere vedenti nel naturale, ma non nello Spirito. Elia disse al suo servo di controllare se la pioggia per la quale stava pregando fosse arrivata e anche se non se ne vedeva all’orizzonte, gli occhi spirituali del profeta la vedevano, eccome! Alla settima volta, il servo vide una nuvola che si stava appena formando nel naturale, ma che Elia aveva già visto nello spirito. Avere la vista spirituale attiva, ci permette di vedere al di la della vista spirituale e quindi l’occhio che vede nello spirito lo ha fatto Dio e dobbiamo desiderare che esso venga attivato. Analogamente, l’orecchio che ascolta la voce di Dio deve essere attivato, ma dobbiamo lasciare a Dio il tempo di parlare. Alcune volte, noi genitori non diamo ai figli il tempo per quella comunicazione che pure desideriamo. Dio ci sta parlando, ma il nostro orecchio è attento?

Bartimeo era stato attento e in Giovanni 5, dal versetto 1, troviamo un altro episodio. Siamo a Betesda (il cui significato è casa di pietà o grazia, misericordia, ma anche “acqua che si muove”). Vi era una piscina in cui, il primo che entrava quando l’angelo agitava le acque, veniva guarito. Sotto i portici della piscina giacevano un gran numero di infermi che aspettavano per entrare per primi, per essere guariti. Tra questi infermi, vi era un uomo infermo da trentotto anni. Gesù gli chiede se volesse essere guarito e la domanda è strana. Mentre nell’episodio di Bartimeo è proprio lui ad attirare l’attenzione di Gesù, perché aveva alte aspettative per quell’incontro, qui abbiamo una persona con aspettative basse. La risposta alla domanda di Gesù sembra ovvia, ma la risposta del paralitico dimostra proprio il livello di aspettative che aveva: pur avendo davanti Gesù, gli parla di tutte le sue difficoltà ed era così scoraggiato da non rendersi conto che l’Angelo dell’Eterno era davanti a lui. Il paralitico aspettava che l’acqua si muovesse, ma aveva davanti l’acqua vivente. Il paralitico aveva davanti a sé quello che stava aspettando, ma quando Gesù gli chiede cosa volesse, non parla della guarigione, ma parla del vecchio modo in cui avrebbe dovuto ricevere il miracolo.

Non lasciamo che le nostre basse aspettative condizionino il nostro modo di ricevere! Il paralitico non aveva bisogno di qualcuno che lo gettasse nella piscina!

Questa mattina desidero che comprendiamo che Dio vuole che possiamo ascoltare la Sua voce.

Molti di noi desiderano ascoltare la voce di Dio, ma non tutti sono disposti ad ascoltare la Sua Parola. La Sua Parola è ciò che Dio ha già detto: non un libro o il pensiero di un predicatore, ma quello che Dio ha già detto!

Un obiettivo che dovremmo metterci nel nostro anno nuovo è quello di leggere la Parola per intero perché essa è il primo livello in cui Dio ci parla. Il livello soprannaturale arriva quando permettiamo a Dio di darcene rivelazione e il terzo livello è quello in cui Dio parla alle nostre orecchie spirituali.

Romani 10:17 ci ricorda che la fede viene dall’ascoltare: se prima non ascolto (cioè se non so) non posso mettere fede. La fede viene dall’udire e se io non so ciò che Dio ha detto, non posso metterci fede. L’udire viene dalla Parola di Dio: l’udito che sviluppa la mia fede arriva solo ed esclusivamente quando ascolto la Parola di Dio!

Vi ho detto che avremmo parlato di un sordo, ma parleremo di un sordomuto. In Marco 7, dal verso 31, leggiamo della guarigione di un uomo sordo muto. Di quella guarigione, Gesù aveva ordinato di non dire nulla, ma tutti divulgarono la notizia! Questo episodio ci fa vedere una guarigione “strana”, che non avviene con imposizione delle mani, non avviene con un tocco o una parola pronunciata. In quel momento, Gesù, che aveva iniziato nella parte nord di Israele, lo conclude a sud e in questa parte della Scrittura Gesù sente il bisogno di andare in territori al di fuori del patto. Poco prima di questo episodio, Gesù aveva incontrato la donna pagana che Gli risponde con una fede che lo colpisce. Gesù è dunque tra persone che non credono nel Dio di Israele e sta tornando in un luogo in cui era già stato. In Marco 5, dal verso 1, infatti, leggiamo la liberazione dell’indemoniato che aveva la legione di demoni e vediamo che quella guarigione fa paura alle persone e a Gesù viene caldamente chiesto di andarsene via. Colui che era stato indemoniato viene invitato da Gesù a tornare a casa sua e a raccontare quello che Dio aveva fatto per lui. Questi va e comincia a predicare per tutta la Decapoli. Dieci città, dunque, cominciano a maturare lo stupore per quello che Gesù aveva fatto. Gesù, dunque, dal territorio di Tiro e di Sidone torna da dove era stato mandato via, ma ritrova un territorio in cui la Sua fama era cresciuta: per molti, Lui era la soluzione per ogni problema e tornando al capitolo 7 di Marco, siamo in questa situazione. Gesù ritorna e molti hanno aspettative altissime. C’era un sordo dalla nascita che, per questa condizione, parlava con difficoltà. Siamo in un tempo in cui chi viveva questa condizione era emarginato forse più di un cieco a cui è comunque permesso di ascoltare, apprendere e parlare. Stiamo quindi parlando di un emarginato, uno che per la società era un “ultimo” e per i giudei una persona che viveva quella condizione era anche un maledetto, uno su cui Dio aveva messo un giudizio a motivo di qualche peccato. Proprio questa persona, in queste condizioni, viene condotta da Gesù. Probabilmente lo conducono persone che avevano sentito dire di Gesù che era colui che aveva la soluzione per tutti i problemi. Quanto è importante avere un amico che ti porti a Gesù! Non un amico che simpatizza con il tuo dolore e ti dice di condividere il tuo risentimento verso chi ti ha ferito!

Quegli amici che portano il sordo da Gesù stanno trovando una soluzione per la sua vita. Questi parlava a stento e il nostro parlare per fede sarà sempre un parlare stentato finché le nostre orecchie spirituali sono chiuse. Finché io ne te rimaniamo sordi a quello che Dio dice, il nostro parlare per fede sarà sempre “inciampato”.

Gli amici chiedono a Gesù di imporre sul sordo le mani. Non solo, quindi, lo portano da Lui (e fanno bene), ma vanno oltre, dicendo a Lui cosa dovesse fare. Alcune volte, la guarigione è istantanea, altre volte c’è un processo per tornare ad ascoltare.

Gesù ha bisogno di fare un lavoro particolare con quell’uomo. La fede viene dall’udire, ma questi non poteva udire e questo poteva essere un limite per la sua fede e per questo decide di spendere un tempo di qualità e di intimità con Gesù al di fuori della folla. La folla è lì per vedere il miracolo, ma Gesù prende in disparte quell’uomo. Gli amici Gli avevano detto “imponigli le mani”, avevano avuto fede per portarlo a Lui, ma poi furono ripieni di stupore, perché anche loro si aspettavano di meno. In altre parole, noi abbiamo bisogno di intimità e di qualità con il Signore se la nostra aspettativa è pari a zero. Nell’intimità, infatti, Lo ascoltiamo e da questo ascolto viene la fede.

Il tempo che Dio passa con noi è sempre intimo e di qualità: Dio ha tanto amato il mondo, ma questo riguarda me e te individualmente. Dio cerca sempre di metterti in disparte dalla folla.

Cosa fa Gesù con quel sordo muto? Era davanti ad una persona che non aveva mai potuto ascoltare nulla di Lui o da Lui e perciò comunica con lui con quattro segni. Il primo è che gli mette le dita nelle orecchie: il verbo usato è letteralmente “inserire” le dita nelle sue orecchie. In questo modo, sta dicendo a quell’uomo “io sto per guarirti, quello che è fuori sta per entrare dentro”.

Il secondo segno è che con la saliva gli toccò la lingua. Non sappiamo in concreto come ciò accade, ma domandiamoci il perché di questo segno. Gesù ha bisogno di infondere in quell’uomo la fede e in quel tempo, in quei luoghi, si credeva che la saliva avesse una qualche valenza farmacologica. Gesù non aveva bisogno della saliva, ma doveva comunicare con lui e per questo gli fa capire che era interessato non solo al suo ascoltare, ma anche al suo parlare.

Il terzo segnale sta nell’alzare gli occhi al Cielo ed è un gesto che intende far comprendere a quell’uomo da dove stesse per arrivare la potenza che, di lì a poco, lo avrebbe investito.

Gesù ha bisogno di comunicare fede al sordo e il quarto segno è qualcosa che non troveremo più in nessun’altra parte della Scrittura: sospira. Il sospirare non può essere sentito, ma visto. Uno dei versetti più corti della Scrittura (Giovanni 11:35) ci fa vedere Gesù che piange ed è strano vederLo piangere o sospirare. Gesù piange perché la morte non era parte del progetto divino per l’uomo e sospira per la medesima ragione: la malattia di quell’uomo non era parte del progetto divino. Gesù sospira.

Quattro segni: le dita nelle orecchie che sono anche un segno di quanto dovremmo isolarci dai rumori del mondo per stare, nel segreto, alla presenza del Padre. Il tocco della lingua, gli occhi al Cielo e poi il sospiro. Dopo tutto questo, in aramaico, Gesù pronuncia un comando “effatà!”, che vuol dire “apriti!”. Come mai Marco si prende la briga di scrivere l’imperativo in aramaico? Effatà era un imperativo usato per indicare che ciò che è chiuso deve aprirsi, affinché quello che c’è dentro sia uguale a ciò che è fuori.

Quanti miracoli ci sono in questo passo? Tre. L’uomo inizia a sentire, non è più impedito nel parlare e il suo parlare è buono. Se il mio udito è bloccato, il mio modo di parlare lo è altrettanto, ma quando il nostro ascolto è ristabilito, non solo abbiamo la capacità di parlare, ma “sapiamo” parlare. Quando il mio udito si riprende, io inizio a parlare la Parola di Dio!

Anche in questo caso, Gesù aveva ordinato di non parlarne a nessuno e sapete perché? Perché il messaggio non era completo. Ma quel popolo, che prima era impaurito, comincia a riconoscere che Egli aveva fatto ogni cosa “bene” e la parola originaria è la stessa che Dio usa nella creazione. In altre parole, quel popolo comincia a riconoscere che Gesù era Dio. Ma tutto questo, Gesù lo faceva come figlio di Dio?

Isaia 35:1-5 ci fa vedere che Gesù non è venuto solo per salvarci, ma per stabilire un Regno eterno. Un regno che dipende da un Re la cui parola è stabile nei Cieli.

Gesù sapeva cosa stava facendo: stava portando il Regno di Dio. Non una comunità o una chiesa, ma il Regno di Dio.

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