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Liberi dalle paure del passato #Apostolo Beniamino Cascio

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Liberi dalle paure del passato

 

Quale è il nostro olocausto? Cosa stai mettendo, per intero, a disposizione del Regno di Dio? Lo Spirito Santo ci rivela la risposta a questa domanda fondamentale. Quando si parla di olocausto, si parla di messa a disposizione di Dio di qualcosa di importante. Per Abramo, l’olocausto fu Isacco: il figlio della promessa. Senza quell’olocausto non avrebbe potuto venire, sulle famiglie della chiesa, la benedizione di Dio. Non può venire, nella tua vita, la benedizione di Dio senza olocausto. Abramo ha ubbidito perché sapeva che, con Dio, non si perde mai nulla. Sapeva che Isacco gli sarebbe stato ridato come per una specie di risurrezione. Nella nostra vita ci sono cose che vanno lasciate, cose che occupano il nostro tempo e la nostra attenzione: occorre fare pulizia per liberare spazio.

Questa mattina, c’è qualcuno che ha bisogno di essere liberato dalle paure che vengono dal passato. Cose accadute nel passato, spesso ci tirano indietro, ricordandoci peccati e fallimenti del passato. Dio guarda sempre la chiamata che ti ha rivolto. Non guarda il tuo piangere su te stesso, guarda alla Sua chiamata per te. Mosè, inizialmente, piangeva su se stesso, rispondendo a Dio per evidenziare i limiti che vedeva in se stesso.
Ma prima di andare a Mosè, leggiamo in Luca 9:61-62.

La risposta di Gesù ci fa capire quanto sia importante non volgersi indietro. Ciascuno di noi ha ed avrà sempre “faccende” a cui attendere, cose che vogliono prendere il posto di Dio nel nostro cuore. In questo dobbiamo avere sapienza da Dio.
L’uomo che chiede di potersi congedare dai suoi familiari, non sta parlando di un saluto, ma di un permesso di andare che è, ovviamente, qualcosa di più. Ecco che quell’uomo chiede a Gesù un tempo per fare alcune cose e per potete ricevere il permesso, la libertà, di andare. Ci sono molte cose che vengono dal nostro passato, dalle eredità della famiglia, che ci stanno impedendo di servire il Signore.
Mosè era stato preparato da Dio fin dalla sua nascita: la sua “bellezza” lo fa riconoscere come il chiamato da Dio e per questo viene salvato dal decreto del faraone.
Per un tempo, consapevole di questa chiamata, Mosè comincia a fare delle cose di testa propria ed in quel momento compie il gesto che lo fa espellere dal paese: uccide un egiziano per difendere un israelita. In quel momento, Mosè non ha più niente di chiaro davanti a sé. Questo accade anche a molti di noi: sappiamo di avere una chiamata, sentiamo la gioia e la spinta a fare la volontà del Signore, ma alle prime esperienze negative cominciamo a dubitare della chiamata e ci lasciamo trascinare dalle cose, così come vengono: questo accade a Mosè.
Mosè si rifugia nel paese di Madian (simbolo delle sollecitudini di questa vita) e lì conduce una vita ordinaria, prende in moglie la figlia del sacerdote di Madian e diventa un semplice pastore di pecore. Il nome di suo figlio significa “espulsione, scacciato, bandito, abitante in terra straniera”. Mosè mette nelle proprie orecchie un nome che gli ricorda, ogni giorno, il proprio fallimento e vive così.
Leggiamo Esodo 2:15
Quando il Faraone sentì parlare dell’accaduto, cercò di uccidere Mosè; ma Mosè fuggì dalla presenza del Faraone e si stabilì nel paese di Madian; e si pose a sedere presso un pozzo.

Mosè comincia a dissetarsi dall’acqua dell’amarezza e del fallimento. Ma Dio riscatta il suo passato ed è quello che Dio, questa mattina, vuole fare con qualcuno di noi, riscattandoci dalle cose passate, dalle maledizioni del passato, guardando al progetto che ha preparato.
Vediamo Esodo 3:1-15
Mosè, adottato dalla figlia del Faraone, nobile del regno più potente del mondo di allora, potente in parole ed in opere, si ritrova e viene ritrovato da Dio in un luogo straniero a pascolare le pecore di suo suocero. Dio attira la sua attenzione con un fatto soprannaturale, gli parla dal roveto che brucia senza consumarsi.

Or Mosè pascolava il gregge di Jethro suo suocero, sacerdote di Madian; egli portò il gregge oltre il deserto e giunse alla montagna di DIO, all’Horeb. 2 E l’Angelo dell’Eterno gli apparve in una fiamma di fuoco, di mezzo a un roveto. Mosè guardò ed ecco il roveto bruciava col fuoco, ma il roveto non si consumava. 3 Allora Mosè disse: «Ora mi sposterò per vedere questo grandioso spettacolo: perché mai il roveto non si consuma!». 4 Or l’Eterno vide che egli si era spostato per vedere, e DIO lo chiamò di mezzo al roveto e disse: «Mosè, Mosè!». Egli rispose: «Eccomi». 5 Dio disse: «Non avvicinarti qui; togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo santo».

Questo parla anche a noi: quando Dio ti vuole chiamare, cerca la tua attenzione. Infatti la lode, serve a creare l’atmosfera per far ascoltare la Sua voce: quella che parla con te e che continua a trasformare la tua vita.
Dio chiama Mosè e lui risponde “Eccomi”: la risposta di tutti i servi di Dio. Dio fa sapere a Mosè che quello in cui si trovava in quel momento era un luogo santo, eppure Mosè vi era stato altre volte, era lì che portava le pecore di suo suocero a pascolare. Ma i luoghi, le cose, non sono “sante” di per sé: lo diventano perché c’è la presenza di Dio. Quel luogo, in quel momento, era santo per la presenza di Dio. Tu sei un luogo santo: sei il luogo da cui Dio parla alle persone davanti a te: per questo motivo non puoi camminare secondo le tue sicurezze, ma secondo le Sue sicurezze. Ecco il significato del togliersi le scarpe. Spesso, commettiamo errori derivanti dal fatto di camminare secondo le nostre sicurezze, i nostri parametri mentali, la nostra bravura o esperienza. Ma Dio vuole che ci togliamo le scarpe, perché vuole guidarci. Non è difficile lasciarsi guidare dallo Spirito Santo, come un bambino che cammina, mano nella mano, con i genitori. Lasciamo che il Padre celeste ci prenda per mano attraverso la Sua Parola, attraverso lo Spirito Santo e attraverso i ministeri!
Mosè, come leggiamo al verso 6 del capitolo 3 di Esodo, aveva perso la propria identità di chiamato da Dio. Colui che Dio aveva scelto, pensava – a quel punto della propria vita – di essere il genero di Ietro, il genero di un uomo ricco, niente di più.
Dio si presenta e gli fa notare l’afflizione del popolo: non gli parla della sua afflizione, non lo compiange, ma gli ricorda la chiamata. La prima reazione di Mosè è quella del nascondersi la faccia: questo parla alla nostra vita, perché spesso capita anche a noi di nasconderci. Dio gli pone davanti le sue responsabilità. Molti stanno aspettando di ricevere benedizione attraverso la nostra ubbidienza.

Poi aggiunse: «Io sono il DIO di tuo padre, il DIO di Abrahamo, il DIO di Isacco e il DIO di Giacobbe». E Mosè si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare DIO. 7 Poi l’Eterno disse: «Ho certamente visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il suo grido a motivo dei suoi oppressori, poiché conosco le sue sofferenze. 8 Così sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese dove scorre latte e miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Hittei, gli Amorei, i Perezei, gli Hivvei e i Gebusei. 9 Ed ora, ecco il grido dei figli d’Israele è giunto fino a me, ed ho pure visto l’oppressione con cui gli Egiziani li opprimono.

Preso, come era, dall’andazzo della vita, Mosè aveva dimenticato la chiamata e Dio gliela ricorda. Dal verso 10 leggiamo le parole di Dio e le risposte di Mosè, le sue obiezioni. Dio si aspettava da Mosè solo la sua ubbidienza.

10 Or dunque vieni e io ti manderò dal Faraone perché tu faccia uscire il mio popolo, i figli d’Israele, dall’Egitto». 11 Ma Mosè disse a DIO: «Chi sono io per andare dal Faraone e per far uscire i figli d’Israele dall’Egitto?». 12 DIO disse: «Io sarò con te, e questo sarà per te il segno che io ti ho mandato: Quando avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, voi servirete DIO su questo monte». 13 Allora Mosè disse a DIO: «Ecco, quando andrò dai figli d’Israele e dirò loro: “Il DIO dei vostri padri mi ha mandato da voi”, se essi mi dicono: “Qual è il suo nome?”, che risponderò loro?». 14 DIO disse a Mosè: «IO SONO COLUI CHE SONO». Poi disse: «Dirai così ai figli d’Israele: “L’IO SONO mi ha mandato da voi”».

Le risposte di Dio a Mosè tendono a riportarlo alla chiamata: alla consapevolezza della necessità che tutto cominciasse da ciò che Dio aveva stabilito, da Colui che Dio aveva scelto e chiamato, perché tutto doveva cominciare da chi Dio aveva scelto. Questo messaggio, oggi, arriva a qualcuno che sta dubitando della propria chiamata a motivo delle cose del passato. Cose che bloccano, frenano, fermano. Ma Dio vuole che tu sappia ache  l’IO SONO è con te e si aspetta che tu ubbidisca e lo serva. La chiamata di Dio ti riconduce al Suo progetto per te e per quelli che dalla tua vita di ubbidienza devono essere toccati.
Il passo che abbiamo letto racconta solo uno dei momenti in cui Mosè oppone resistenze e dubbi alla chiamata di Dio. Più volte lui oppone resistenze, compreso quando dice di non sapere parlare e Dio gli risponde che, al posto suo, avrebbe parlato il fratello Aronne.

Ma andiamo ad un altro personaggio il cui passato, recentissimo, stava svolgendo una funzione di blocco: Pietro.
Mentre Gesù era ancora vivo e stava subendo il flagello, Pietro lo aveva rinnegato tre volte.       Gesù lo aveva preparato a questo. Lui, che aveva avuto la rivelazione che Gesù era l’unto di Dio e che, sulla base di essa, avrebbe dovuto fortificare gli altri nel momento più difficile, proprio lui aveva rinnegato Gesù.
Quando resuscita, Gesù deve fare qualcosa per Pietro.
In Marco 16:7 leggiamo

Ma andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea; là lo vedrete come vi ha detto».

Gesù dice alle donne che erano alla tomba di andare a dire ai discepoli e a Pietro (quindi specificamente a lui) ciò che era successo. Pietro, oramai, era quello che stava peggio di tutti, perché non credeva più di essere discepolo, avendolo rinnegato: pensava che Gesù non lo avrebbe più voluto. Ma i doni di Dio, la Sua chiamata, sono senza pentimento.
Leggiamo, in Giovanni 21:3, cosa succede

Simon Pietro disse loro: «Io vado a pescare». Essi gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Così uscirono e salirono subito sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Gli apostoli, delusi, ritornano a pescare, pensando che non essendoci più Gesù, tutto sarebbe tornato come prima. Vanno a pescare, ma tutta la notte non prendono nulla: perché la tristezza ed il senso di fallimento non ci fanno portare nulla.
Leggiamo dal verso 4 al 17 di Giovanni 21
Al mattino presto, Gesù si presentò sulla riva; i discepoli tuttavia non si resero conto che era Gesù. 5 E Gesù disse loro: «Figlioli, avete qualcosa da mangiare?». Essi gli risposero: «No!».
Questo “no!”, secco e arrabbiato, ci parla della rabbia che, in certe situazioni di apparente sconfitta e delusione, ci porta a gridare e reagire male.
Continuiamo la lettura.
6 Ed egli disse loro: «Gettate la rete dal lato destro della barca e ne troverete». Essi dunque la gettarono e non potevano più tirarla su per la quantità di pesci. 7 Allora il discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore». Simon Pietro, udito che era il Signore, si cinse con la veste (perché era nudo) e si gettò in mare. 8 Gli altri discepoli invece andarono con la barca (non erano infatti molto lontani da terra, solo circa duecento cubiti), trascinando la rete piena di pesci. 9 Come dunque furono scesi a terra, videro della brace con sopra del pesce e del pane.
Notiamo che Pietro aveva rinnegato Gesù trovandosi nei pressi di un fuoco acceso e adesso, nei pressi di un altro fuoco acceso, accade qualcosa. Gesù prepara la stessa situazione, ma questa volta c’è un fuoco di guarigione e liberazione per Pietro, con del pesce e del pane per farhgli riprendere il cammino. Questa parola è rivolta soprattutto a coloro che si sentono separati, ai margini del servizio. A costoro, il Signore rivolge questa parola per ricordare che ci ha chiamati per nome, così come ha fatto con Pietro.
Pietro rivive quella situazione e per tre volte risponde alla domanda di Gesù che gli chiede “mi ami tu?”. Gesù dà a Pietro, ad ogni risposta, una assegnazione di compiti che è segno di fiducia. La prima volta “pasci i semplici”, gli agnelli. La seconda volta, “abbi cura delle mie pecore”, la terza volta – ad un Pietro rattristato da quella domanda in apparenza sempre uguale – Gesù risponde “pasci le mie pecore”.

10 Gesù disse loro: «Portate qua dei pesci che avete presi ora». 11 Simon Pietro risalì in barca e tirò a terra le rete, piena di centocinquantatré grossi pesci; e benché ve ne fossero tanti, la rete non si strappò. 12 Gesù disse loro: «Venite a far colazione». Or nessuno dei discepoli ardiva chiedergli: «Chi sei?», sapendo che era il Signore. 13 Allora Gesù venne, prese del pane e ne diede loro; e così pure del pesce. 14 Ora questa fu la terza volta che Gesù si fece vedere dai suoi discepoli, dopo essere risuscitato dai morti. 15Dopo che ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giona, mi ami tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo Signore, tu lo sai che io ti amo». Gesù gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16 Gli chiese di nuovo una seconda volta: «Simone di Giona, mi ami tu?». Gli rispose: «Certo Signore, tu lo sai che io ti amo». Gesù gli disse: «Abbi cura delle mie pecore». 17 Gli chiese per la terza volta: «Simone di Giona, mi ami tu?». Pietro si rattristò che per la terza volta gli avesse chiesto: «Mi ami tu?», e gli rispose: «Signore, tu sai ogni cosa, tu sai che io ti amo». Gesù gli disse: «Pasci le mie pecore.

Il Pietro che riceve questa guarigione è un uomo in grado di andare nei luoghi in cui prima non sarebbe andato (non sarebbe andato da Cornelio, eppure va). Questo parla a ciascuno di noi, perché anche con noi il Signore vuole che vengano raggiunte persone e luoghi in cui, di nostra iniziativa, non andremmo, ma che fanno parte del Suo piano.

 

Redazione a cura di Fabio Pecoraro

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