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La Cena del Signore #Apostolo Beniamino Cascio

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La Cena del Signore 

 

Prendiamo I Corinzi 11, dal verso 23-29 che ci parla di qualcosa che Paolo riceve per rivelazione. Ciò che riceviamo per rivelazione cambia e trasforma le nostre vite.

 Poiché io ho ricevuto dal Signore ciò che vi ho anche trasmesso: che il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane 24 e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Prendete, mangiate; questo è il mio corpo che è spezzato per voi; fate questo in memoria di me». 25 Parimenti, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo ogni volta che ne bevete in memoria di me». 26 Poiché ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finché egli venga. 27 Perciò chiunque mangia di questo pane o beve del calice del Signore indegnamente, sarà colpevole del corpo e del sangue del Signore. 28 Ora ognuno esamini se stesso, e così mangi del pane e beva del calice, 29 poiché chi ne mangia e beve indegnamente, mangia e beve un giudizio contro se stesso, non discernendo il corpo del Signore.

Paolo non era stato con Gesù, non era presente all’ultima cena, nel momento in cui Gesù aveva aperto il nuovo patto. Eppure, egli racconta come se fosse stato presente e la correttezza del suo racconto è confermata da Pietro, da Giacomo e da Giovanni che erano stati presenti in quel momento.

Se lo Spirito Santo ha dato a Paolo questa rivelazione, desidera che ancora oggi, ciascuno di noi riceva le verità della Parola, per viverle così come le hanno vissute gli uomini che avevano conosciuto Gesù.

La conversione di Paolo comincia con un’opera soprannaturale di Dio, che gli va incontro e gli domanda ragione della persecuzione che egli stava conducendo. Paolo, in quel momento, riceve in modo soprannaturale una visione divina, una presenza nella propria vita che ci apre a due tipi di considerazione.

Da un lato, potremmo pensare ad una sua predestinazione che, in qualche modo ci fa da pretesto per non fare quello che il Signore ci chiama a fare: ci basta dire che non eravamo predestinati, per sentirci esonerati dal fare la Sua volontà, ma la verità non è questa.

Infatti, dall’altro lato, possiamo dire che Paolo ha visto e sentito ciò che con zelo aveva sempre cercato, ciò verso cui aveva profondo interesse: perché lo zelo che aveva nel perseguitare la chiesa nasceva da un desiderio di conoscere il Signore che, fino a quel momento, egli aveva cercato sulla strada sbagliata.

Da quel momento, infatti, pur essendo stato accecato dalla luce che gli era apparsa, Paolo era nella Via: non più sulla strada sbagliata. Dopo questo momento, Paolo, attraverso l’ubbidienza di Anania che gli va incontro su mandato di Dio, riacquista anche la vista.

Le religioni ci lasciano nelle nostre beghe, nell’andazzo quotidiano in cui ci sono giornate buone e meno buone: in cui, in una parola, ci si accontenta. Ecco, non accontentiamoci della religione!

Gesù si rivela a Paolo identificandosi con la chiesa che egli perseguitava e da quel momento inizia il proprio, avventuroso, percorso con Gesù.

Ecco che quello che Paolo dice nel passo che abbiamo citato ci parla di quella che è la sua esperienza: qualcosa che egli ha ricevuto direttamente dal Signore.

Noi possiamo insegnare in due modi: ripetendo quello che abbiamo imparato oppure facendo leva su quello che della Parola abbiamo sperimentato e vissuto e che è diventato parte di noi.

Quello che Paolo trasmette gli è stato rivelato: l’unzione che lui aveva ricevuto era pronta per essere trasmessa ad altri.

Se ancora non hai conosciuto il Padre così come Lui vuole che tu Lo conosca, poniti in cuore di riceverLo, sapendo che chi Lo conosce non cammina più per se stesso, ma per Lui. Due innamorati camminano l’uno per l’altro: tutti i loro atti sono rivolti l’uno all’altro.

Paolo parla della  notte in cui fu tradito e parla del pane che Gesù prese: facciamo attenzione, Gesù non prese uno strumento d’offesa, non prese una spada: in quella notte, Gesù prende del pane.

Il passo ci parla di esaminare se stessi: non esaminiamo la persona che abbiamo accanto, ma noi stessi. La Scrittura ci dice di esaminare gli altri come avremmo esaminato noi stessi: tendendo a trovare una giustificazione, non una condanna.

La vita di una persona offesa, dice la Bibbia, è come una fortezza inespugnabile, ma la stessa Bibbia ci dice che abbiamo le armi per distruggere tutte le fortezze del nemico. La prima arma è l’amore. La seconda è la preghiera.

Guarda il carattere e la condotta di Gesù per sapere se sei nella Via oppure no. Tutti noi possiamo sbagliare, ma la cosa importante è rispondere all’errore degli altri come avrebbe risposto Gesù: con l’amore e la preghiera.

A Pietro, Gesù rivela che lo avrebbe rinnegato, ma non lo condanna e gli fa sapere di aver pregato per lui, affinché restasse fermo, nonostante tutto.

Il più alto potere del soprannaturale è amare i nemici.

Fede e speranza, prima o poi, finiranno, ma l’amore di Dio non finirà mai.

In Cielo sarà tutto perfetto, non servirà speranza, ma ci sarà l’amore di Dio.

Lo dico soprattutto a chi non ha ancora sperimentato la nuova nascita: tutti abbiamo bisogno di sentirci amati, ma l’uomo trova soddisfazione nell’essere amato dal Creatore, conoscendo il sacrificio che ha fatto Gesù. Un sacrificio incomprensibile che ci ha dato nuova vita e nuova eredità. Qualunque altra vita, prima o poi finisce, mentre quella che viene dal Cielo è eterna e ci dà sempre più valore.

Voglio solo ricordare i tre aspetti della cena del Signore:

Prima cosa: attraverso essa guardiamo indietro al sacrificio in cui tutto è stato compiuto. I miracoli e le opere potenti, non accadono oggi, ma sono stati già compiuti alla croce. Dopo avere offerto Gesù, Dio si è seduto ed una volta asceso al Cielo, anche Gesù si è seduto alla destra del Padre. Guardare dietro è guardare al memoriale, non alla memoria che riguarda i defunti, perché Gesù è vivo ed opera! Non è memoria, ma memoriale: celebrare ciò che è stato compiuto per farlo rivivere.

Seconda cosa: guardare dentro, esaminare se stessi nell’ora in cui ciò avviene. Esaminiamoci per dire al Signore ciò in cosa abbiamo bisogno di cambiare, quali pensieri, quali atteggiamenti.

Infine, terza cosa: guardare avanti. Guardare a Gesù che sta tornando! Noi lo stiamo aspettando e nel frattempo annunciamo il Vangelo! Annunciare la morte del Signore significa annunciare il Suo sacrificio per la salvezza delle persone.

Quando Gesù ha detto prendete e bevete da questo calice, poco prima, aveva preso uno dei diversi calici che simboleggiavano i diversi patti fatti da Dio con il popolo di Israele. Tradizionalmente, nella Pasqua ebraica, uno di essi rimaneva capovolto e Gesù prende proprio quel calice. Non era un calice che ricordava promesse precedenti, ma il calice che simboleggiava la promessa del Messia che Israele aspettava ed ancora aspetta.

I discepoli Gli vedono prendere quel calice ed in quel momento assistono alla Sua manifestazione come Messia. Ecco, quando prendiamo la cena del Signore stiamo dichiarando al mondo che Gesù è il Messia!

La cena del Signore ci parla di comunione che è il risultato del nostro essere stati resi figli dello stesso Dio e quindi fratelli in Cristo Gesù. Siamo parte dell’unico pane e non possiamo non amarci: Gesù ci ha comandato di amarci così come Lui ha amato noi, dando se stesso per noi. Quando dice ai discepoli di amarsi gli uni gli altri così come Lui li aveva amati, sta indicando che tipo di rapporto ci deve essere tra noi: hai diritto di dire qualcosa di negativo ad un tuo fratello se prima ti sei offerto in sacrificio per lui, ma sappi che neppure Gesù si è preso questo diritto. Davanti alla donna adultera, che appositamente gli era stata portata davanti, per metterlo in difficoltà, le Sue non sono state parole di condanna. Le pietre caddero dalle mani di coloro che l’avevano accusata e che probabilmente vedevano in lei una condanna per le proprie malefatte, le pietre pronte per la lapidazione caddero perché gli accusatori erano, in fondo, anch’essi colpevoli e sapevano d’esserlo, ma l’unico che avrebbe potuto giudicarla, l’unico innocente, Gesù, non lo fece. Rivolgendosi a lei, la rialzò dandole una nuova opportunità: va e non peccare più. La esortò, così, a vivere una vita libera dal peccato.

La comunione deve essere vera: non dobbiamo mettere in comune i nostri peccati e i nostri limiti, ma le cose che Dio ci ha provveduto, la Sua santità!

 

Redazione a cura di Fabio Pecoraro

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